Pittori bresciani protagonisti della pittura del '900 Pittura moderna e contemporanea.
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Corpus picturae
Personale di Marco Mazzoni

dal 4/4/09 fino al 23/5/09
presso Galleria delle Battaglie


a cura di Valerio Dehò

L’opera di Mazzoni è destinata ad evocare il silenzio. L’artista annulla il corpo, non solo per una sorta di esplosione del ritratto che domina la scena della rappresentazione in modo anche deformato e ingigantito rispetto alla “normalità”, ma anche per una sua vera e propria cancellazione. Lo spazio bianco è il silenzio del corpo. Si sa che ci deve pur essere da qualche parte, eppure l’artista costruisce le sue opere in modo da annunciarlo per evocazione linguistica e contiguità biologica. Formalmente non esiste o è imbiancato come un sacrario. Eppure Mazzoni non nega il corpo ma da un lato chiarisce il suo interesse per il volto umano, per il ritratto in quanto macro paesaggio dell’anima, mentre dall’altro dimostra come il silenzio sia fondamentale per comprendere fin dove vuole arrivare il suo lavoro. I ritratti sembrano parlare ma non lo fanno, forse perché non cercano una comunicazione verbale, perché intrappolati dalle linee di forza del disegno. Certo è che vi è una carica esistenziale che sembra rimanere dentro.
I suoi ritratti in cui il corpo è cancellato, annullato, quasi abraso, né tanto meno richiamato alla memoria da oggetti o vestiti, abitano lo spirito del silenzio.
L’abbandono del corpo dà libertà ai volti che sono liberi di fluttuare, perdono qualsiasi peso e subiscono leggere deformazioni. I volti sono abbandonati, sono anime vaganti che non devono ricondursi ad un’unità originaria, definitivamente affidati al caos del silenzio, al vuoto di una comunicazione interrotta. In questo Mazzoni riesce a rendere perfettamente una condizione di disagio molto attuale, con un lavoro che riesce nello stesso tempo a penetrare nei recessi delle individualità.

Marco Mazzoni: Corpus picturae
testo critico di Valerio Dehò

“Amano i pittori la solitudine e il silenzio, che perciò la maggior parte, quando lavorano, di serrarsi in luoghi segreti hanno per usanza, dove altri non usi, né sia chi lori il lavoro interrompa.” (Gian Battista Marino, Dicerie sacre)


L’opera d’arte, musicale o plastica o pittorica, deve presupporre un contatto discreto, non continuo, tra l’artista e il mondo, ma deve anche lasciare tempo per ascoltare, riflettere, guardare oltre la percezione. Il silenzio è condizione estetica per eccellenza sia dal punto di vista del fare che da quello della fruizione: dentro e attorno ad un’ opera d’arte ci deve essere un’area di rispetto, una temporalità espansa e uno spazio di meditazione.
In questa breve premessa ritroviamo l’arte di Marco Mazzoni, artista che sa esprimere qualcosa che ha a che vedere con l’emarginazione temporale prendendo il volto umano non solo come luogo di organizzazione del senso, ma presupponendone in modo rarefatto il corpo. Per questo vorrei partire per il mio discorso proprio da ciò che è meno evidente, da ciò che è in qualche modo presupposto, da quello che non c’è e quindi va evocato.
L’opera di Mazzoni è destinata ad evocare il silenzio, fermo e doloroso, ma assolutamente muto. Il corpo innanzitutto che spesso tace, ma non acconsente. Il corpo produce rumore, ma non parla, non domina il linguaggio, ne è dominato. La storia del corpo in Occidente è la storia di un’eterna rimozione. Dopo e oltre il Verbo, non c’è spazio che per star zitti. Il corpo va tenuto a distanza, tace nella sua nudità, mente il dizionario lo veste di parole. Mazzoni lo annulla, non solo per una sorta di esplosione del ritratto che domina la scena della rappresentazione in modo anche deformato e ingigantito rispetto alla “normalità”, ma anche per una sua vera e propria cancellazione. Lo spazio bianco è il silenzio del corpo. Si sa che ci deve pur essere da qualche parte, eppure l’artista costruisce le sue opere in modo da annunciarlo per evocazione linguistica e contiguità biologica. Formalmente non esiste o è imbiancato come un sacrario.
Ogni riferimento alla corporeità viene sistematicamente bandito dalla civiltà ipertestuale, da quella civiltà che è abituata a considerare la natura come un lapsus. E allora si comprende come il corpo con i suoi odori e i suoi umori fa fatica ad emergere al di sotto della coltre profumata del linguaggio. Eppure Mazzoni non nega il corpo, non compie un’operazione di pulizia. Da un lato chiarisce il suo interesse per il volto umano, per il ritratto in quanto macro paesaggio dell’anima. Dall’altro dimostra come il silenzio sia fondamentale per comprendere fin dove vuole arrivare il suo lavoro. I ritratti sembrano parlare ma non lo fanno, forse perché non cercano una comunicazione verbale, perché intrappolati dalle linee di forza del disegno. Non sono immobili, anche perché in questo tacere è un surplus di cose da vedere.
Certo è che vi è una carica esistenziale che sembra rimanere dentro, cucita tra le labbra, bloccata dalla lingua che aderisce al palato in una censura morfologica che dobbiamo accettare. Ma al di là della biologia rimane la cultura. La stessa pittura non era stata definita dal poeta Paul Claudel “la scuola del silenzio”? La “poesia muta” dell’arte di un Poussin non è un artificio retorico, ma la ricerca di quelle sinestesie tipiche del manierismo e del barocco, così simili alla sensibilità contemporanea. Il parallelo con la poesia dava poi anche la possibilità di elogiare le capacità di composizione da parte dei pittori, collegando anche l’eloquenza della visione alla memoria della narrazione. Lo stesso Merleau-Ponty, considerando lo sviluppo della pittura dai graffiti di Altamira e Lascaux fino a Klee e Matisse, ha ribadito che “le voci della pittura sono le voci del silenzio”. Il silenzio è quindi connaturato con la storia dell’arte, è una condizione prelinguistica, una vera e propria conditio sine qua non.
I suoi ritratti in cui il corpo è cancellato, annullato, quasi abraso, né tanto meno richiamato alla memoria da oggetti o vestiti, abitano lo spirito del silenzio, anzi dei mille silenzi dell’esistere. I volti, comuni, normali, di gente semplice che non ha posato per l’occasione e quindi che non ha avuto a priori un livello auto-rappresentativo, trattengono qualcosa, più che persone sembrano anime, sono smaterializzati proprio dall’accuratezza della tecnica, dall’iperdisegno costruito dalle matite colorate che cercano qualcosa nelle pieghe della pelle, nei dettagli di un’anatomia plastica e tesa quanto assolutamente afona. Marco Mazzoni ci mette tanta normalità che si ha l’impressione che ci sia qualcosa di soprannaturale nascosto dove ancora non sappiamo.
Noi e gli altri. Questi lavori mettono in relazione per mimesi una serie di persone legate da un dialogo impossibile. Forse si cercano, ma non si guardano. Il silenzio dell’altro rispetto alla ratio della parola, è anche una mancanza d’aderenza alla convenzionalità insita in un sistema di segni. L’universo della comunicazione presuppone la condivisione di regole e intenzioni. In questo caso tutto è saltato o non è mai avvenuto. L’anarchia della corporalità e degli sguardi mal si adatta alla rigidità di un’educazione. Ma il suo tacere può diventare minaccia di sovvertimento dell’ordine istituito. Non è una nuova convenzione sociale, non si tratta di avere a che fare con una specie di riesumazione dell’incomunicabilità anni sessanta che ha visto un exemplum nell’Antonioni di “Deserto Rosso”, il quale genialmente metteva in relazione i volti dei protagonisti con i paesaggi violentemente silenziosi. Le opere di Mazzoni raccolgono il dolore dell’arte di esprimere e di entrare dentro gli altri corpi. Non sono mai rassicuranti perché non vi sono delle teorie delle passioni che li possano illustrare e normalizzare. Se fossimo dei teologi vi potremmo vedere un’aria solforosa, un ondeggiamento delle certezze e della chiarezza rivelata. Sembra di riascoltare Kierkegaard quando affermava che “l’essenza del demoniaco è di essere taciturno”. Il Diavolo, l’Avversario tace per portare meglio la sua minaccia al logos, la dialettica del non-ragionamento incombe sul discorso.
Marco Mazzoni evoca con la sua arte spagirica, per tornare alla metafora, delle ombre colorate. La carne diventa aerea sotto il peso del silenzio a cui il colore presta orecchio. L’abbandono del corpo dà libertà ai volti che sono liberi di fluttuare, perdono qualsiasi peso e subiscono leggere deformazioni come se fossero dei video di Tony Ousler, ma senza l’orrore digitale di questi. Ritorna identica la loro natura fantasmatica e quindi reale. La carnalità della scuola di Londra non può ritornare perché assai poco adatta al contesto dell’arte odierna, gli epigoni sono da altre parti. Mazzoni per esempio non ambienta i suoi personaggi in salotti borghesi, in contesti da cui sono risalibili delle categorie sociologiche e di social consumer. Il massimo della realtà è il fantasma, come realtà specchiata e specchiante. Un reale sublimato dalle scorie del tempo attualizzato, libero dalle statistiche e dalle ricerche di mercato. Il reale è oltre il tempo.
Oggi il silenzio può servire proprio a far prendere coscienza del rumore (sempre meno di fondo) della civiltà contemporanea, comunque all’interno di un progetto comunicativo tra esseri umani. Il ronzio di un computer acceso scandisce i contatti sulla Rete, le parole e le immagini, i suoni appaiono e scompaiono mentre la fisicità di chi trasmette o riceve i segnali si affievolisce, tende ad azzerarsi. Ritorna il mito platonico della caverna, il reale è conoscibile attraverso le sue ombre e uscire dalla caverna può essere pericoloso. Mistica e Internet sono oggi due concrete ipotesi per sfuggire al rumore sporco del multimediale, per sottrarsi allo status di consumatori e non di protagonisti del mondo che viviamo.
Marco Mazzoni è artista che appartiene interamente alla dimensione della ricerca e della conoscenza estetica. Partecipa alla contemporaneità attraverso l’arte dello studio, la pazienza del disegno, la sensibilità di entrare nelle psicologie senza farsene intrappolare. Sembra aderire quindi ad una visione corretta e mimetica di ciò che invece volto non ha. I suoi ritratti ci consegnano un volto assente, come il corpo negato. Sono immagini e poi persone, a cui non corrisponde una scelta d’occasione quanto piuttosto l’idea dell’artista di penetrare in qualcosa che è inaccessibile. Per questo ricorre allo stile che ri/unisce, senza unificare. Allora l’unità appartiene al soggetto, cioè a colui che guarda e riflette. Gli oggetti, cioè i volti, invece sono abbandonati, sono anime vaganti che non devono ricondursi ad un’unità originaria, definitivamente affidati al caos del silenzio, al vuoto di una comunicazione interrotta. In questo Mazzoni riesce a rendere perfettamente una condizione di disagio molto attuale, con un lavoro che riesce nello stesso tempo a penetrare nei recessi delle individualità. E significativamente in questo non rivela i nomi delle persone ritratte perché sa benissimo che il suo lavoro ha a che fare con il fantasma della tradizione medievale, alla cui evocazione provvede la pittura con la sua intensità, la sua generosità e la sua capacità diabolica di evocare l’infinito dal finito, il volto di Dio dal volto dell’uomo, la vita dal Nulla.
Valerio Dehò

Corpus picturae inaugurerà sabato 04 aprile h 18.30 e terminerà il 23 maggio 2009.
La mostra rimarrà aperta nei seguenti orari:
lunedì: mattina chiuso / 16-19.30
martedì - sabato: 10.30-12.30 / 16-19.30
e su appuntamento








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